La storia di Gibellina e di Ludovico Corrao, a partire dal terremoto del gennaio 1968, è una storia molto siciliana. Ma, se è vero che la Sicilia è un’iperbole degli splendori e delle nefandezze d’Italia, è anche una storia molto italiana. Sindaco della città rasa al suolo dal sisma, che ricostruì dandole una nuova forma e sognandole un nuovo futuro – a tal fine chiamando a raccolta i maggiori artisti, scrittori e teatranti della contemporaneità –, Corrao dai suoi concittadini è stato molto amato e molto disamato. Ma chi a questa storia ha posto un sigillo sorprendente, uccidendo a coltellate il vecchio Senatore nell’estate del 2011, è stato Sayful, un giovane che veniva da lontano. Negli anni Ottanta Emilio Isgrò, artista di fama internazionale che da sempre ha lasciato la Sicilia, è stato fra i testimoni-complici dell’avventura di Corrao con la grande Orestea in pseudo-dialetto, andata in scena sulle rovine di Gibellina prima che Alberto Burri vi installasse il suo Grande Cretto. La notizia della sua morte gli ha dettato questo poemetto: un lungo ragionamento in versi che adotta il modulo delle Ceneri di Gramsci pasoliniane rifuggendo però da qualsiasi magniloquenza crucciosa. Isgrò si rivolge al vecchio amico, come tante volte in passato, senza risparmiargli le sue ruggini ma senza neppure nascondergli la sua ammirazione. Quella che leggiamo non è allora un’orazione bensì una conversazione civile: rivolta a un interlocutore ormai assente. E che si conclude con parole taglienti come ulteriori coltellate: «Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria. / T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia».
Andrea Cortellessa