Il secondo libro poetico di Claudio Salvagno conferma la forza del precedente e, anzi, la esalta. Prendendo il suo titolo dal primo poemetto, L’autra armada, il nuovo libro rivela tutto il fuoco centrale della passione che anima il dettato. E la vitalità – anche – di una denuncia che va dal particolare al tutto. Quale «autra armada» se non quella, sì delle vite ‘partigiane’, ma più ancora della vita che ci chiama a una guerra tutta interiore, tutta risolta nelle imboscate del sangue, nei colpi del cuore, nel risveglio «d’aquel drai que duerm dins nos»? «Autra», dunque, perché? Autra perché insieme con la guerra degli eserciti – alle guerre combattute per la ragione dei soprusi – sta la guerra dei negati, dei dolori, la battaglia dei giorni («la batalha di jorns») consumati nell’ombra e consunti nell’inutile «Tem dau Colera». Ma – più ancora – nella carne nostra, nel destino del corpo che si strazia e non trova conforto. C’è l’armata dei ricordi «arditats». C’è l’armata dei «jorns negats». C’è l’armata (anche «armeia») «desperdua que da siecles/ e siecles va a querre novels pastorals» (con la felice invenzione della retroguardia dei suicidi). C’è l’armata «de trebulats». C’è l’armata «vegetal/ da arbol a arbol». C’è «una armeia a la desbranda» o «al champ d’la desfacha». C’è «una armeia a travers i prats», che è tutta un discorrere d’erbe e di parole sonanti come «un plettro». A fare da conduttore è ancora e sempre il filo della poesia, il linguaggio occitano a forte densità metaforica, la sua ricchezza di invenzione, la sua altezza di sguardo, la sua difesa d’amore («Arparats da la mòrt/ degun es estat a garda de l’amor»), la sua natura meravigliosamente vocale.
g.t.