La trentennale parabola poetica che si distende dal Gierusalemme alla Conquistata è come riassunta nell’anelito che oppone la postilla tassiana: «In Gerusalemme, in Cielo», alla terzina dantesca: «però li è conceduto che d’Egitto | vegna in Ierusalemme per vedere, | anzi che ’l militar li sia prescritto» (Paradiso, XXV, 55-57). Ultima grande epopea, erede di Omero e Virgilio, di Dante, la Gerusalemme liberata è insieme il primo poema moderno, prepara il canto di Leopardi e Baudelaire. Inaugura così un sentimento di lontananza, di perdita che si incide nella coscienza, nelle arti europee: «[…] i’ ti ritrovo a pena, | Tancredi, e ti riveggio e non son vista: | vista non son da te benché presente, | e trovando ti perdo eternamente» (Liberata, XIX, CV, 5-8). E a questa mancanza il Tasso fissa una meta, Gerusalemme, patria terrena e celeste, che attingendo alle radici bibliche, immemoriali del sacro, proietta la sua poesia nell’orizzonte di un luogo cardine della costruzione e delle aporie della contemporaneità. È una ‘funzione’ il Tasso – opera e mito biografico – necessaria per comprendere l’Europa di Mozart e di Leopardi, per ritrovare una matrice, e dei rimedi, alle nostre ferite.