L’educazione poetica di Curzia Ferrari è stata difficile e irregolare, essendosi sempre articolata su vari fronti: quello del contatto con i fatti reali e gli oggetti del quotidiano, e quello di una quasi disperata ricerca di verità interiori, assolutamente negando ogni via di fuga. In Pietra si fanno ancora più forti le tangenze innominate e innominabili tra la vita terrestre e la vita divina. Uno sguardo attento vedrà bene che il rapporto non è dialettico ma di contraddittoria sofferenza, specie là dove la punta ‘espressiva’ si fa più vivace e tenta, con speciale elezione letteraria, di smussare frizioni e attutire lacerazioni. Come già nel romanzo A fuochi spenti nel buio (2004), la Ferrari urta le muraglie della vita, ne indaga le fessure senza sottrarsi ad alcun problema – in un ritmo di pause e riprese taglienti: se il peso è troppo grave, si rifugia nella terza persona, mai rompendo con ciò l’organicità del pensiero. Non a caso dichiara al lettore in un suo verso: «Ancora una volta sarò colei che osa». Il libro si compone di due sezioni. La prima si articola, in gran parte, su un versante familiare e comprende il poemetto Fumo che lei definisce «tentativo di autobiografia»: la seconda è una proiezione di «sussulti e suffragi», secondo quanto recita il sottotitolo, aggomitolati di notte in una casa solitaria, in paesaggi di neve osservati dalla finestra come da un oblò esistenziale, nella lettura delle vene marmoree del pavimento, nei messaggi scabri inviati a chi non c’è più. L’intercambiabilità degli elementi diventa «presenza fisica». Rispetto alle esperienze precedenti (Fondotinta e Lucertola) l’autrice compie con Pietra un’operazione di allargamento delle voci, all’interno di un linguaggio sovente parlato – che può persino ferire nella sua chiamata impellente alla meditazione, ma è sempre colmo di umana credibilità.