Il faticoso apprendimento dei classici pone Edoardo Goj al riparo dal ritenere che il verso in rima o sciolto che sia, e non meno la prosa, possa essere semplice espressione dell’animo, inducendolo a considerare ch’esso sia paziente esercizio, ancorché irregolare, alla ricerca di opera ben costrutta. Il ricorso alle forme di sonetto e ode, a distici e terzine, pur in varianti spurie, serra le fila di versi altrimenti non estranei a sperimentalismo e blank verse. Gli agenti atmosferici, i suoni della natura, la contemplazione dei paesaggi e il tatto della materia traducono in sensi i concetti che reggono una poesia forse filosofica, di pretesa spinoziana. È facile riconoscervi la traccia di una fredda passione per il plurilinguismo che si diparte dalla poesia dantesca, passione non minore di quella per la poesia elisabettiana, sino a comprendere quelle italiana e inglese del Novecento. In questi versi, che talora s’allungano a mo’ di pseudo alessandrini imprimendo ritmo di narrazione distesa, le voci e gli stilemi alti della poesia italiana e inglese si mischiano a toni e timbri «familiari», ai lemmi i più umili di lingue maggiori e minori, ricomponendo a suo modo una «linea lombarda» di ascendenza, riconoscibile nelle sequenze di un diario poetico trasfigurato in purgatorio dell’anima, con l’idea che la «proprietà letteraria» sia forma prima dell’universo personale di luoghi, immagini, ricordi. Il vento e il corno inglese è la sua prima raccolta.