La discrezione, oltre ad appartenere al carattere di chi firma i nove saggi qui raccolti, designa a perfezione quello dei saggi stessi. E non solo nell’accezione temperamentale, ma anche in quella fisico-matematica: per cui singole osservazioni, condotte su fatti formali appunto discreti, conducono a letture complessive di componimenti poetici che, a loro volta, risultano esemplari dell’opera cui appartengono (quella di Sereni, Caproni, Giudici, Raboni, Magrelli, Bandini, Insana, De Signoribus e Benzoni). Nonché magari, in un’ulteriore sfera, della cultura, o della civiltà, che quelle opere sa o sapeva produrre – e apprezzare. Li ho appena chiamati saggi, Zucco li definisce studi. Sono entrambe le cose: e proprio per questo sono stati trascelti dall’autore in una produzione, come la sua sulla poesia italiana del pieno e secondo Novecento, ormai vasta e, per gli ‘addetti’,massimamente autorevole (che è pure il motivo per cui glieli ho estorti, a giovamento d’una platea meno specializzata). Studi sono da considerarsi per la loro natura di «accertamenti di fatti linguistici e metrici (il verso, la rima e la strofa) in quanto suscettibili di un’interpretazione stilistica»; e per l’acribia con la quale un aspetto in apparenza marginale (poniamo l’uso, da parte di Caproni, di spezzare il verso in due o più ‘gradini’) rinvia a un’attitudine generale e, se lo stile è l’uomo, a un’interpretazione complessiva: dell’uomo appunto, e della sua opera. Sicché sono pure, e a pieno titolo, saggi. Se del termine prestigioso recuperiamo l’etimo «sperimentale» – avrebbe detto Gianfranco Contini – di tentativo, ricerca, assaggio. Parte per il tutto, appunto. È il famoso circolo ermeneutico, per mezzo del quale Leo Spitzer spiegava come si potesse raggiungere «l’interiore centro vitale» di un’opera, «l’astro del sistema planetario». Grazie alle lenti potenti quanto discrete di Rodolfo Zucco, davvero vediamo «da vicino» il «sistema» che più ci fa battere il cuore: quello della poesia del nostro tempo. E allora capiamo meglio, forse, anche quel nostro cuore che per fortuna si ostina a battere, ancora.
Andrea Cortellessa