Quando nel 1933 Julien Benda pubblicò Discours à la nation européenne, il vecchio continente si avviava alla catastrofe. Gli Stati europei – in buona parte dominati da dittature – dilaniati dalle crisi economiche e dalle isterie politiche, non pensavano certo a trovare un comune denominatore che, sia pur teoricamente, facesse loro supporre una possibile unità dell’Europa. E mettesse i popoli al riparo dalle incontrollabili follie che si profilavano minacciose all’orizzonte. Benda, trasfiguratosi in un oracolare profeta dell’unione dell’Europa come patria comune, con la sua ideale esortazione, si rivolgeva al mondo della politica. Ponendo a base del suo Discours à la nation européenne un sistema di valori morali in grado di trascendere le ferree leggi dell’economia. Esaltava il significato della politica come pulsione etica, individuando nei maître à penser, generalmente impegnati nelle lotte ideali, il motore del grande progetto europeista. Sperava che il suo pacifista messaggio fosse raccolto soprattutto proprio degli intellettuali. I quali avrebbero dovuto contribuire a diffondere una nuova coscienza tra i cittadini europei. Non fu ovviamente ascoltato. Avrebbe dovuto supporlo. Il tema del rapporto tra vita civile, intellettuale e politica l’aveva già sollevato nel 1927 con il suo celeberrimo e discusso La trahison des clercs, nel quale contemplava, con disappunto, come la classe dei colti – appunto la casta dei chierici – nonostante le dichiarazioni, fosse generalmente e drammaticamente e principalmente votata al dibattito sulle ideologie. Disinteressata del bene e della convenienza sociale.