Duccio Galimberti fu trovato morto poco dopo l’alba del 3 dicembre 1944 al bordo di un prato su una strada fuori Cuneo. Il cadavere mostrava una ferita da colpo di pistola alla nuca e diversi fori sulla schiena. Intorno non esistevano tracce di sangue, né furono trovati bossoli. L’esito dell’esecuzione, che eliminò uno dei capi della resistenza contro la repubblica fascista di Salò, presentò da subito alcuni punti oscuri relativamente al luogo e alla modalità dell’avvenuto assassinio. Partendo dal recente ritrovamento della cantina-prigione dove fu rinchiuso Galimberti, la notte prima di essere ammazzato, Sergio Anelli ricostruisce la vicenda della morte di questo personaggio, la sua storia personale e quella della sua famiglia, che segnarono per mezzo secolo la vita di un’intera provincia. Le esigenze del divenire dell’attualità contemporanea, tutta proiettata verso ambite mète di “magnifiche sorti” da una parte, e l’impossibilità di dimenticare una stagione di ignominia e tragedia dall’altra, costituiscono le contraddizioni in cui l’autore proietta il lettore tra presente e passato. La trama del romanzo è realizzata con testimonianze e con l’inserimento, nel procedere del racconto, di documenti autentici e diretti del momento in cui venne trucidato Duccio Galimberti. Al di fuori di ogni retorica, o di schematismi ideologici, ne nasce un affresco su reali, contorte, tragiche vicende umane, sviluppatesi in un’epoca malata, contaminata da una essenza oscura e torbida, le cui ombre segnano ancora in profondo il nostro presente.