QUATTRO TOMI INDIVISIBILI  

Composto negli anni della piena maturità e dedicato al caro e antico amico Azzo da Correggio che, nella sua vita tumultuosa, aveva sperimentato le vicende della buona e della cattiva fortuna, il vastissimo trattato petrarchesco sui Rimedi sulla buona e sulla cattiva sorte, qui presentato per la prima volta, nel testo latino e nella traduzione italiana, rappresenta sicuramente una delle più interessanti opere ‘morali’ del poeta di Laura: di una moralità – ed è questo l’interessante – che sconfina continuamente in quella che, oggi, chiameremmo la critica all’umana società. E ciò è particolarmente evidente nella sua prima parte, tutta dedicata a mostrare quanto gli uomini si ingannino a accanirsi continuamente nel ricercare, in questa esistenza, gli effimeri piaceri della cosiddetta «bella vita», dalle ricchezze alle suggestioni del potere, dalle più svariate e, sovente, ridicole ambizioni, ai presunti godimenti derivanti dal soddisfacimento delle proprie passioni, così spesso tanto meschine. Alla Gioia e alla Speranza nel primo libro, e al Dolore e al Timore nel secondo (i tanti capitoli dell’opera sono sempre svolti in forma dialogica), la Ragione – quest’alta e sempre così trascurata dote che, unica, rende l’uomo degno di questo nome – non fa che ricordare come questi presunti beni non siano che vani e caduchi e come, quelli veri, siano ben altri, chiusi in quell’intimità della ricchezza interiore che ciascuno di noi, senza quasi rendersene conto, pur possiede. Ed è qui che va cercato il ‘rimedio’, sia nella buona sorte sia in quella cattiva. È con il necessario distacco che bisogna saper vivere, e convincersi che le stesse qualità umane che a prima vista sembrerebbero doti quanto mai importanti, vanno sempre usate in maniera giusta e temperata, fuori da ogni eccesso. È insomma la ripresa petrarchesca – e in funzione quasi totalmente laica – della lezione oraziana del «sunt certi denique fines» al di qua o al di là dei quali non può consistere il giusto. Come che sia, il libro ebbe un successo tanto grandioso quanto immediato. Piacquero la sua minuta casistica, il suo carattere di ‘summa’ enciclopedica, il suo presentarsi come sommario della dottrina e della saggezza antica e come un vasto campionario di medicina morale. Con l’avvento della stampa ne furono tirate, tra il Quattrocento e i primi anni del Seicento, un enorme numero di edizioni e di traduzioni. Più tardi decadde, ma nel secondo Novecento, sia negli Stati Uniti sia in Francia, ne sono apparse nuove e importanti edizioni. È ora la volta dell’Italia e, se pure nei suoi più modesti limiti, questo trattato petrarchesco potrebbe suonare come un ‘rimedio’ alla corruzione sociale nella quale siamo immersi.