Ad annunciare il libro, I mattini partivi, è un titolo assai bello, in cui il poeta parla a se stesso confidando alla propria memoria la consuetudine di un antico adagio. Ma è poi il sottotitolo a definire spazi e tempi come si conviene: «un angolo di pianura» e una corona di itinerari compiuti in sessantun anni, dal 1951 al 2012. A inverare il tutto, la specifica rete delle invenzioni che nell’officina delle estrazioni e dei monstra più suoi Blotto riesce a partorire, risvegliando il sonno della lingua: il poeta che dice in preda a un lucido e razionale delirio visivo-visionario, e il cui ‘io’ compare nei tanti deittici ma anche nei più radi e confessionali ‘cantucci’. A vincere, la coscienza indefessa – non priva di luciferina modestia – di uno che sa di far parte per se stesso, e di aderire a un’irrecusabile vocazione di totalità («l’eternità di tutti i movimenti/ nostri a denudo verso quei paesi recessi, misteri […]»). Muovendo – qui – da luoghi di acque, di rii, di bealere, di fontanili, di umidi, di fumigini, di albumi, di nebbie «uggiolanti» e di cieli «di conchiglia», che allargano irresistibilmente il campo a più ampie e simboliche prospettive. Non tanto, quindi, la sempre convocabile «alterità» della poesia, ma più appropriatamente il possesso, l’urgenza della cattura, la dilatata coscienza delle sue metamorfosi e della sua fuggitività. Contro ogni prudenza antiretorica, l’opera poetica di Blotto è vocazione convertita in destino.
g. t.