L’intera, la febbrile poesia di Alfonso Guida è – parafrasandola – la parte di mondo che lo sguardo del poeta afferra, portandola in luoghi diversi: ogni caro oggetto, persino il volto di una madre, viene contemplato da una solitudine interna e – da quella solitudine inguaribile – è mutato in icona di se stesso. Lo sguardo di Guida è però lucidissimo, saldo: anche quando tiene dietro alla scossa tellurica di un male interno, trabocca di impietosa compassione, quella di chi vede la miseria umana e, nonostante veda, la ama; ama uomini e donne attraverso una scrittura così ricca e densa da valere come una mano che accarezzi il volto di ciascuno degli internati che nomina, come un pianto versato per ciascuno di loro, ordinati – mai esposti – in una specie di cronaca e bestiario inferomanicomiale, commovente e selvaggio. Lo sappiamo: ci sono precedenti – illustri e cercati – ma non ha importanza, quello che importa è il dono, che si riesce a sottrarre a ogni male, che la poesia riesce a sostituire a ogni male. E con quanta modestia e serietà lo scrive, Guida: «le mie pagine, il mio mestiere», perché (anche) «scrivere / non è che toccarti le mani»: anche quando è pianto, quello di Guida è un lamento vivo, un vigoroso dolore, un verbo della solitudine che sta in piedi da solo, tutto è pieno di carne – povera, ridondante, sessuata o furente che sia – che fa il pane assoluto della poesia, la lingua sismica della poesia. Piena di piante, questa, di creature del cielo, della terra e del suo brulicante sottomondo.
Maria Grazia Calandrone