La raccolta che avete tra le mani segna il ritorno di Giulio Mozzi, narratore di racconti, alla poesia, il genere amato per primo, poi abbandonato davanti all’avvento della prosa nei testi destinati a diventare, nel ’93, Questo è il giardino. Mozzi ha già un libro di poesia all’attivo, quel poema-teorema composito e crudele che è Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, eppure questo Dall’archivio ha la natura di un secondo esordio. Perché il primo Mozzi «elegiaco e sentimentale», poi soppiantato dallo scrittore-narratologo delle ultime prose, qui sembra tornare di colpo in superficie, come un fiume carsico scomparso da anni. Sono tre serie – della figlia, del passato remoto e delle storie –, ognuna in qualche modo già in nucleo nella precedente, a comporre questo libro in parte anticipato sul blog dell’autore, vibrisse, in un gioco continuamente simulato e dissimulato di auto fiction. Come scrive Mozzi in nota, questi testi «narrativamente sono variazioni attorno [...] a due sole scene: una materiale, ossia l’abbandono della vita; e una diciamo spirituale, ossia l’elevazione al cielo», a cui può aggiungersi, soprattutto nella serie del passato remoto, e sempre come motivo del sacro, la disseminazione del corpo femminile, in una sorta di animismo segreto che rovescia d’un colpo la religio mariana di Mozzi – ciò che lega – nel suo contrario: «E se ne andò, e tutto. Non ebbe più / nome, fu confusa / tra le cose del mondo, indistinguibile. Cominciò / a trasformarsi ed ebbe / paura, poi si dissolse e non fu più capace / di paura. Divenne polveri, liquidi, / sostanze semplici. Mentre la divoravano / miriadi di viventi fu capace / di ricordarsi, per un momento, e fu felice. Risorse / innumerevole e fu sparsa / ovunque, smemorata, la sua memoria».
Laura Pugno