Pare che Benjamin Fondane, autore del postumo Baudelaire et l’expérience du gouffre – «il est certain qu’on n’a jamais écrit quelque chose de plus profond sur Baudelaire» (Cioran) –, internato ad Auschwitz, citasse instancabilmente versi dell’autore de Les Fleurs du Mal. Monografia inclassificabile, eccentrica, oltre qualsiasi canone saggistico di critica letteraria e artistica, il suo Baudelaire obbliga infatti ad andare oltre ogni lettura estetica o esegesi letteraria o critica dell’opera di Baudelaire. Un’opera che ancora sembra ‘turbare’ l’esegesi baudelairiana (quando non viene totalmente abbandonata per superficialità), apparsa nello stesso anno – 1947 – in cui uscì il Baudelaire di Jean-Paul Sartre, la cui influenza è stata spesso occultata, è ancora oggi essenziale per capire l’unicità di Baudelaire, per toccare al cuore la sua verità: «Sì, nella vita perfino la calma e l’ordine offrono un’apparenza non pacificata, inquieta, o qualcosa di balordo, di incompiuto. Mentre nell’arte anche l’inquietudine e la tensione hanno qualcosa di pacificato e confortante. Certo, ammettiamo che dietro alla scenografia troviamo la parete nuda, la tela inchiodata grossolanamente, il vaso di colla, le pulegge abbandonate – quello che Baudelaire definisce ‘le charlatanisme inévitable de l’art’ – ma rifiutiamo di immaginare l’agonia, l’insonnia, l’umiliazione, l’angoscia e la bruttezza assoluta. Perfino quando parliamo di ‘l’envers du décor’, è ancora al rovescio artistico che pensiamo, al contrario di un décor, e non alla vita arbitraria che lo regge: una cosa è la vita, una cosa è l’arte. L’arte non è forse una difesa contro la vita? Un rifugio, un’evasione? Non è forse superiore alla vita?» (Fondane).