Abramo è la storia del patriarca raccontata in tre atti, secondo lo schema della tragedia classica, da un autore che s’interroga sul senso della fede e sull’idea che l’uomo ha del proprio dio. Come nella narrazione biblica, tre viandanti annunciano ad Abramo che Dio vuole sottoporlo a una prova e gli chiedono di uccidere il suo unico figlio, fondamento della sua speranza, del suo futuro, del destino di un popolo. Contrariamente a quanto accade nella Bibbia, però, Abramo va fino in fondo: porta Isacco sul monte e lo uccide. Dio non ferma la sua mano, lascia che il gesto venga compiuto per intero. Abramo rientra a casa senza il figlio, affronta l’ira e la disperazione di Sara e scopre di lì a poco che non era il delitto la vera prova. Tornano, infatti, i viandanti a rimproverarlo e a spiegargli che non obbedienza cieca ci si aspettava da lui, ma la messa in discussione di un’immagine incoerente con la realtà del suo dio. Dio voleva, cioè, essere contraddetto, non riconosciuto in una richiesta così aberrante; Abramo ha violato la logica dell’amore in nome di una fede ottusa. La domanda che capovolge ed esaspera la tensione del dramma è dunque «possiamo davvero pensare di rispettare e venerare Dio quando siamo disposti a ritenerlo tanto crudele da chiederci il sacrificio di una vita?». Ovvero «che dio sarebbe il nostro se volesse farci rinunciare alla nostra dignità, alla nostra libertà, e compiere un gesto profondamente irrazionale?».