«L’occhio albertiano è alato-divino perché ovunque vola e tutto in potenza vede – ma nel Tutto vi è la vicissitudo delle cose umane, la costante, irrisolvibile tensione tra fortuna e virtù, gli irrimediabili vizi della nostra natura. Nel Tutto ha anche luogo la fatica, l’improbus labor, che costa lo stare pronti, il vigilare sempre, per cogliere l’apparire delle cose e rappresentarle coerentemente. Instancabilmente vola l’occhio, ma alla fine deve pur chiedersi: quid tum? Alla fine deve pur riconoscere che physis ama nascondersi, che il cammino dell’intelletto è troppo profondo perché possa essere tutto rappresentato. E, ad un tempo, come non avvertire in questa domanda ultima anche il timbro amaro del mondo come l’occhio l’ha trovato, tutto corroso dalle menzogne, ipocrisie, violenze che in tante pagine, le più drammatiche dell’Umanesimo, l’Alberti “documenta”? Le due dimensioni formano insieme il simbolo dell’occhio alato – e questa duplicità non può stupire, poiché ogni simbolo è sempre un dissos logos. Non vi è più pedantesca erudizione di quella che pretende di scoprire per ogni geroglifico-simbolo dell’arte rinascimentale uno e un solo significato, che tutto riduce alla domanda “fatale”: che cosa vuol dire? L’immagine non è la traduzione letterale di un’idea. L’immagine è creatrice».
Massimo Cacciari