La poesia di Francesca Matteoni è un pieno di natura: alberi, bambini, animali, fantasmi di amanti e pietre, dalle quali sale il sussurro, ancora attivo, delle madri. Ma non ingannino i nomi veri di animali e piante: qui è natura che trasfigura in bestia, creatura umana, fiore e sangue che sporgono, a fiotti e a fenomeno carsico, dall’indistinto. Tutta questa materia espone sempre e comunque il suo rovescio fiabesco, ectoplasmatico, e chi si muove in essa ha raramente consistenza di creatura umana già formata, è idea preumana dell’uomo o narrazione dell’umano che si espande, a slancio o per crescita lenta, esponenziale, dal nucleo magico e onirico dell’infanzia. Magico e battente è infatti anche il ritmo di molti dei testi, che a volte suonano come filastrocche nere, declinazioni originali di folklori nordici, e a volte paiono virate verso un mondo ‘buono’, per il quale si forma sulle labbra spontaneamente un inno, che si snoda fino alla pace della casa-riva come il percorso e il decorso di un fiume. Più che di gratitudine, si tratta del desiderio di restituire, rendere onore a tanta bellezza ‘vista’. Il senso della vista è infatti la dominante di questa bella opera di ricostruzione rituale, che vede anche nel buio, anche nel buio dell’acqua originaria, e arriva alla sua foce con un’affermazione come «Durano i sentimenti / più del tuo corpo / e del mio». A dire che non siamo che occasioni, contenitori provvisori di qualcosa che comunque esisteva, esiste ed esisterà: prima, durante, attraverso e dopo noi, che passiamo. Ma possiamo, intanto che abbiamo cuore.
Maria Grazia Calandrone