L’impronta, così s’intitola il nuovo libro di Federico Italiano. E di tracce di coerenza, di una poetica compatta fedelmente tradotta nei versi – il che non sempre, lo sappiamo, accade – è disseminata l’opera di quest’autore, sin dalla raccolta d’esordio, Nella costanza (2003), che porta in esergo alcuni versi di William Shakespeare, dal Sonetto CV, con la traduzione in tedesco di Paul Celan: «Therefore my verse, to constancy confin’d / One thing expressing, leaves out difference». Poesia filologica quindi, cartografica, poesia inesorabilmente colta. Si può dire però che la cosa unica, la cifra, il «quanto ho da dirvi» di Italiano appaia in questa raccolta ancora più concentrato, rispetto alle incarnazioni narrative e quasi teatrali di Nella costanza, o all’epica biochimica e transculturale dell’Invasione dei granchi giganti (2010), raccolta che ha confermato la presenza di un poeta da anni ormai lontano dall’Italia (vive e lavora a Monaco di Baviera). Una linea d’ombra è stata attraversata, e l’impronta qui è anche, o forse soprattutto, calco di un corpo morto, sul letto o sulla terra: la traccia che lascia, la memoria e i suoi archivi densi o leggeri, anche la persistenza genetica – vita minuscola, più collettiva che individuale, bava argentata di lumaca. Del resto, questo è lo scenario che evoca il libro sin dalle prime pagine, dove di nuovo di Shakespeare si tratta, con una breve, brillante traduzione dal Riccardo II in cui il re stesso ci invita «a raccontarci storie melanconiche / sulla morte dei re» prima di addentrarci in più quotidiani e crudeli territori, dettagliati in strutture strofiche ed endecasillabi, spie e segnali della persistenza, in questa voce così originale, anche di matrici attive della tradizione.
Laura Pugno