Della definizione aristotelica di metafora, questo è quello, Edoardo Sanguineti si appropriava a rovescio. Gli artisti più grandi, per lui, mostrano che questo è questo: direttamente nominando le cose del mondo. Simile è la sfida che raccoglie la poesia di Vincenzo Ostuni: tanto nel canzoniere telematico di www.faldone.it quanto nei lacerti che, di volta in volta (questa è la terza), con pietosa violenza lui stesso ne estirpa per le stampe. Non che, tra i suoi paraphernalia, latiti la metafora: specie nei prediletti vettori scientifici (qui, in particolare, biologici e anatomo-fisiologici). Ma a Ostuni manca quella confidenza nelle virtù trascendenti e trasumananti della retorica che quasi mai abbandona anche i più negativi, anche i più disforici dei poeti (loro anzi, parrebbe, soprattutto). Come per le tante altre discipline specillate da questa poesia, la retorica vi viene convocata solo per constatarne l’insufficienza radicale. L’iper-razionalismo di chi scrive (che, si vuol dire, sta come al realismo l’iper-realismo: con l’includere pure, di quella tradizione di pensiero, le macchie, gli inceppi, il piétiner sur place) è stanco dell’«esistere à clef», dell’«agire […] in un modo che non avesse qui il senso / – ogni cosa rimandando […] a un’altra cosa per cui stava, ogni fatto ombra di un fatto più vero, più denso». Questo è quel mondo, si risponde invece con stoicismo alla domanda di A Silvia: questo l’esito storico di chi ci ha preceduto, nonché soprattutto del nostro («Abbiamo finito per saperla troppo lunga»). Più alla radice, poi, è a questo che porta il «tropismo spietato delle cose», il clinamen crudele di una natura «non madre e neppure matrigna», il disagio di cui avvince la «specie» umana: «eterei elastici» – noi come i nostri «cospecifici» – fra un qui e ora, tali da terrificare, e un futuro che solo ci è dato «sognare» possa essere qualcos’altro che «il posto dove noi saremo morti». Come nelle bellissime poesie conclusive: a veglia della «squinternata trincea» dove un figlio dorme, «indenne», mentre «lì fuori» si sente «bruciare il mondo al buio».
Andrea Cortellessa