Un libro di inediti che esce postumo. I passi di Bianca Dorato camminano dentro, i suoi itinerari sono sprofondi, i suoi colli annuncio, le sue “drere” (i suoi sentieri) destino. Il suo lirismo è drammatico, perché mette a prova i sentimenti oppositivi della paura e della disperazione, della gioia e della speranza. I suoi incontri sono cruciali, perché attraverso i movimenti dell’esistere rivelano l’inattingibile segreto dell’essere. Le sue soglie sono passaggi verso l’alto e verso l’altro. Il suo è sempre un qui ed ora che si converte in ebbrezza di eterno (come accade in Biagio Marin, che è stato per la Dorato un vero e proprio maieuta). Le sue costanti sono la frontiera e l’attesa. I suoi sestanti la ferita e l’ignoto, il nascosto e la meraviglia (il miele che ne scaturisce). I suoi “segnali” sono orme che la neve sottrae come il seme che germoglia nel silenzio. I suoi sensi sono i più eletti: la vista e l’udito, l’occhio e l’orecchio, la traccia e il bramito. Non dunque il tanto andare, ma piuttosto l’orma e l’ombra che l’accompagnano, la traccia di luce che nella fatica attende la rivelazione. Il desiderio guarda al lontano e ne spreme il timbro doloroso, il sapore d’aspra e amorosa solitudine, espressa nelle parole di un glossario randagio, di un erbario o di un bestiario tanto concreti quanto simbolici, densi di tutta la forza d’una scienza robustamente poetica e spirituale.
g. t.