Parallelamente alla traduzione e al commento di Platone, di Plotino, alle versioni del Corpus Hermeticum greco e di altri autori neoplatonici, obiettivo costante di Marsilio Ficino fu quello di individuare i canali più idonei per promuovere la sua lettura di una sapientia platonica restituita all’Occidente nella sua interezza dopo secoli di pressoché totale oblio. In virtù dello status sacerdotale che Ficino rivestì a partire dal 1474, quasi a impersonificare quel modello ideale di unione tra religio e philosophia di matrice ermetica e lattanziana, tra questi mezzi ci fu anche quello della predicazione, di cui questo corpus di sermoni, insieme con l’incompiuto Commentarium in Epistolas Pauli, rappresenta il lascito più importante. Riproporne il testo criticamente fondato sulla base della (scarsa) tradizione manoscritta e a stampa e affrontare i problemi relativi alla datazione, ai contesti in cui questa predicazione si svolse e ai temi filosofici e religiosi affrontati, equivale a restituire una parte del dialogo che Ficino intese proporre alla sua città e alla sua epoca in una veste finora poco considerata, quella del filosofo predicatore.