Valtellinese di nascita e torinese di elezione, Giorgio Luzzi è traduttore, critico letterario (soprattutto di poesia), cultore di incroci e commistioni, collezionista di frontiere. Il suo tracciato poetico è caratterizzato in superficie da una densità che riesce tuttavia a parlare attraverso i bagliori ferrigni di un espressionismo non scatenato. Una voce di filigrana intellettuale, ricca di tensioni oppositive, che è documentata da tutti i libri e che si ritrova perfettamente anche in questo. Dentro il percorso ingrato di un dire “oscuro” come può essere oscuro un viaggio di ricerca d’una verità indecidibile, il filo rosso è un linguaggio plurilingue e plurisangue in cui si condensa il senso dell’imprendibile: non altro se non il frutto di una ben dichiarata “inattuale inutilità”. A circolare dappertutto è un senso di degrado, di disfatta, o meglio: di tradimento. Dell’uomo che tradisce se stesso, la rissa nefanda, la “serva istoria”, i conti che non tornano mai, le crepe, le sconfitte, i nodi, i complotti, tra “mondo pesante” e “inganno del pensante”. Sono le lacerazioni ecologiche, “il disonore” che “non ha tregua”, i massacri dei migranti, la raccolta schiava dei pomodori, i mercanti del tutto, oro e dignità, i “lugubri carnami”, la striscia di Gaza e l’odio che divide e la “sordida parete”, le “scacchiere di morte”, il “violentàme”. Nell’itinerario ormai annoso di Giorgio Luzzi, Troppo tardi per Santiago si segnala come il frutto più maturo di un impegno assiduo e risoluto. Così privo di “ornazione”, o di ornato. Così ricco di fiato.
g. t.