La Grande Guerra fu grande in primo luogo per le sofferenze che impose al mondo. Questo truce motivo è attenuato dalla mitologia che spesso si accompagna alla memoria, costruendo singolari amnesie. Nei nomi che leggiamo sulle marmoree tavole dei nostri monumenti celebrativi della Grande Guerra devono essere restaurati gli uomini, i volti di più di seicentomila giovani che persero la vita anzitempo, lasciando scie di dolore in tutte le contrade d’Italia. Furono milioni nel mondo. La Prima Guerra Mondiale fu una tragedia enorme superata solo dalla Seconda Guerra Mondiale e fu un preludio degli eccidi di massa che costellano la modernità, anche quando suppostamente avanzata. Gli intellettuali, che pure avevano creduto nella repubblica europea delle idee, furono costretti a rientrare dentro i confini delle patrie-nazioni e parteciparono intensamente alla lotta. Con orientamenti e argomenti sui quali ancora oggi si discute. Ed è utile discutere. Questo è il caso di Émile Durkheim, autore del volumetto che qui si presenta e che pone sul banco degli imputati la Germania, i cui comportamenti derivano in realtà da una speciale concezione del mondo di lunga maturazione. Il lettore avrà modo di esercitare il suo pensiero critico; non potrà tuttavia non convenire che si tratta di una meditazione importante non solo in relazione alla Prima Guerra Mondiale ma alla Seconda. E forse anche ad alcune ambigue ricorrenze odierne.