Scritta in cento giorni e pubblicata nel 1908, l’anno prima della morte dell’autore, La rivolta ideale rappresentava, a giudizio di Oriani stesso, il suo «libro migliore». Che però – era stato ancora Oriani a temere così, o a presagirlo – «cascherà nel solito pozzo del silenzio». Il modo in cui il volume viene inizialmente accolto sembra avverare la premonizione dello scrittore faentino. Soltanto dopo alcuni anni l’attenzione e l’interesse si accendono, all’improvviso e inaspettati, allorché l’editore Laterza, ricorrendo al consiglio di Benedetto Croce, incomincia a ristampare numerose opere di Oriani e, per la loro «viva ricchezza spirituale», le segnala come il frutto di «un artista oggettivatore di drammi d’anime». Il successo arriva con il fascismo. Ed è un successo grande, che crescerà lungo tutta l’età fascista. A giudizio di Benito Mussolini, il quale già nel 1909 – fra i pochissimi estimatori – l’aveva giudicata «magnifica», l’opera conclusiva di Oriani rispecchiava, «in uno stile conciso, tacitiano che basterebbe da solo a costituire la gloria di uno scrittore», tutti i problemi, le passioni, le angosce e le speranze «del nostro tempo». L’opera-testamento di Oriani è riuscita a sfuggire alla dannazione cui la fortuna nell’età del fascismo sembrava inesorabilmente destinarla. Come se una sorta d’irregolare andamento ciclico ne guidasse le sorti sin dagli anni in cui la sua nascita venne avvolta dal silenzio, La rivolta ideale manifesta una sorprendente attualità nelle stagioni della storia più pesanti o ristagnanti. E, insinuandosi tra le emozioni e le insoddisfazioni di chi vive con fatica una simile stagione senza però rinunciare a una ragionata confidenza non soltanto nel futuro ma anche nel valore del presente, ogni volta e con forza fa udire l’ambivalente richiamo, ora allarmante ora suasivo: «L’ideale solo è vero».