Che si presentino come interventi eruditi sui geroglifici e sulla lingua universale, sulla metaforica occidentale del cuore e della maschera o sul tema del nulla leopardiano, che siano short stories, pagine testimoniali (come l’intensa silloge Cioran dans mes souvenirs) o costellazioni di frammenti, gli scritti di Mario Andrea Rigoni sono sempre variazioni sull’Impossibile, secondo il titolo della sua prima raccolta di aforismi. Ma forse in nessun genere come in quello, apparentemente minore, della recensione o dell’articolo occasionale, i vari stili e modi di un’unica ossessione si dispiegano in modo tanto compiuto: il racconto innervato dalla citazione folgorante, l’intuizione metafisica accesa dalla passione letteraria, il gusto felice della brevitas, la formulazione implacabilmente esatta. Le venti Scorciatoie per l’abisso spigolate in questo libro da una messe assai più ricca – raccolto di più di trent’anni di collaborazione al «Corriere della Sera» – spaziano dall’antichità al Novecento, aprendo squarci sulle fastosa crudeltà del Rinascimento italiano come di quello americano, sulle rivelazioni dell’anamorfosi, sugli esiti dell’ubris romantica e, infine, sulla nostalgia palingenetica dei moderni: come Kafka, che annuncia la venuta del Messia, ma solo quando non sarà più necessario, «non l’ultimo giorno, ma l’ultimissimo»; o Pessoa, alla ricerca di «un Oriente ad oriente dell’Oriente», un Altrove assoluto. Una geografia infera si delinea appena sotto la trama degli eventi mondani, dove ogni meraviglia naturale o eccellenza umana è insidiata da un furore annientante, da un’impietosa ironia: si tratti della superficie abbagliante del mare, che nasconde «un mistero di orrore, un cannibalismo universale»; o di Giacomo Leopardi, il quale – secondo lo straziante aneddoto riferito dal Carducci – abbigliava un giovinetto in modo che assomigliasse alla sua ‘Aspasia’, per rimanere a contemplarlo e dirgli ciò che non osava alla donna; o di Marilyn Monroe, predestinata dalla sua singolarità a un ruolo di vittima, perché «la creatura sacrificata sull’altare all’invidia degli dèi è sempre la più giovane e la più bella».
Francesco Rognoni