Viene in mente, leggendo le poesie di brevi e semibrevi, un brano del trattato Del romanzo storico di Manzoni (1850), nel quale lo scrittore, tormentato dal rapporto tra finzione poetica e vero storico, definisce che cosa sia per lui il linguaggio poetico. Quando si discosta dal linguaggio comune, il poeta «non lo fa, o lo fa ben di rado, e ancor più di rado felicemente, con l’inventar vocaboli novi, come fanno, e devono fare, i trovatori di verità scientifiche; ma con accozzi inusitati di vocaboli usitati; appunto perché il proprio dell’arte sua è, non tanto d’insegnar cose nove, quanto di rilevare aspetti novi di cose note; e il mezzo più naturale a ciò è di mettere in relazioni nove i vocaboli significanti cose note». Si dirà che questa mia citazione dipende dall’abito del vecchio professore (se non del consumato retore alla ricerca di una chiusa ad effetto); e che, in ogni modo, le idee poetiche del Manzoni non sono quelle di Guido Sasso, che certo non ne sarà stato minimamente influenzato. Forse è così. Ma resta il fatto di una tangenza tra «vocaboli usitati» e originalità di risultati; e c’è in più la fiducia – questa non certo manzoniana – nel potere creatore della poesia.
(Luca Serianni)