Una delle sorprese, se non delle ‘anomalie’, di questo nuovo libro di Ennio Cavalli è la sua fascinosa, sinergica vocazione ‘teatrale’. Dal brillante taglio performativo della suite iniziale (con tanto di note di regia) ai Dialoghi col pappagallo, dove un emblematico alter ego incalza e provoca, all’abbozzo di trama ultimativa (riscatto e precipizio da interno borghese) per la dura favola di Orfeo e Euridice: paletti del copione, i quasi cinematografici Esterno giorno, Esterno notte. Poi la rappresentazione laica del Sogno di Maria, con l’accidentata parabola di un Messia indifeso e la scabrosa Apocalisse («Non sarà giugno né marzo / non sarà un mese dei nostri / nessun giorno preciso / nessun giorno per caso. // Ci sveglierà un balbettio di lavandini otturati, / non serviranno ventose o chimica dei granuli...»). Visionarietà e investigazione si riflettono nei versi sulla Natura, aggirano la dimensione spazio-temporale con Sogni («Alla fine dell’immaginazione / si può vivere di sogni? / O il convento passa solo fumetti?»), indorano di ironia piccole e grandi illuminazioni (Poesie biforcute, Amori screanzati, Dubbi e tabelline). In tutto questo, la forza di uno stile e di un pensiero che, opera dopo opera, aggiunge estro ed esiti alla poesia contemporanea.