Fra memoria e racconto di luoghi, interrogazioni rivolte agli artisti e dialoghi epistolari, prende forma la costruzione di un percorso parallelo a quello dei più noti esercizi in prosa di Vittorio Sereni; un percorso che vede il poeta alle prese con i linguaggi della figurazione, nel tentativo di definire le motivazioni umane e ambientali che hanno reso possibile la nascita di un’opera o, piuttosto, quella di una poetica o di un atteggiamento creativo. Sereni non frequenta le arti con l’intensità e l’assiduità di altri letterati di rango – Gatto e Sinisgalli, per esempio – non si finge critico professionale o anche collaterale, non sfoggia formule, non inventa lessici; cerca invece di costruire la trama umana, il significato, ancora umano, di quell’agire, di ciò che si traduce in forma e, dunque, in linguaggio. Ma veramente rivelatori sono gli epistolari che vedono Sereni confrontarsi con Luciano Anceschi, Alessandro Parronchi, Attilio Bertolucci e Francesco Arcangeli. Antiche amicizie si proiettano sul pensiero, sulla scrittura, sulle scelte di campo e di poetica. Drammi generazionali di intellettuali italiani alle prese con un paese e un sistema sconnessi. Parronchi, Bertolucci, Arcangeli: storici dell’arte e uomini di lettere. Domande senza risposte, indagini alla ricerca dell’identità di un pittore: Sereni ne sa e capisce più di quanto voglia ammettere, ma non se ne viene a capo. Anche a non volerlo, il poeta in vesti di dirigente editoriale diventa comunque partecipe di progetti, confidenze, speranze e, pure, di appelli o mozioni degli affetti e della solidarietà non sempre intesi. Su tutto una costantemente ribadita percezione della fisicità di circostanze e accadimenti che il grande poeta Vittorio Sereni ci restituisce in qualità di non meno grande prosatore.