Superati ormai da qualche tempo i cinquant’anni – morirà appena compiuti i cinquantasette –, pressoché conclusa la sua carriera politica dopo i disastri della Lega di Cognac, il sacco di Roma e il papa Clemente VII asserragliato col collegio cardinalizio in Castel Sant’Angelo, Guicciardini, nella solitudine della sua villa di Santa Margherita in Montici, iniziò quella sua Storia d’Italia che non solo fu la prima storia del nostro paese studiata nel suo complessivo svolgimento sullo sfondo di tutte le vicende europee, ma che fu soprattutto avvertita come la storia stessa della fine della preminenza italiana durata per almeno tre secoli: con la metà circa del secolo decimosesto siamo infatti alla pressoché definitiva sanzione della supremazia spagnola sia da noi sia in tutta Europa. L’Italia di Lorenzo il Magnifico, morto nel 1492, non esiste più; poco più di quarant’anni dopo, nel 1534, data della morte di Clemente VII e ultimo traguardo della narrazione guicciardiniana, il primato europeo passerà prima alla Spagna e quindi alla Francia: questa Storia pertanto, è il tragico ritratto della scomparsa di un paese – il nostro – che aveva educato il mondo, se non a reggersi come Stato, a istituirsi come fonte di civiltà, di cultura, di sapere giuridico e, non da ultimo, come sorgente di arte bella e di libero pensare. Ormai l’Italia, divenuta definitivamente la sede del Papato, ripiegherà sempre più decisamente verso la Controriforma spagnoleggiante, e le tragiche vicende di un Paolo Sarpi, di un Bruno o di un Galilei ne saranno il segno pressoché indiscutibile. Questa Storia di Guicciardini, che inizia proprio con la morte del Magnifico, è dunque il drammatico racconto di un primato definitivamente perduto ed anche per questo ancor oggi – se non proprio oggi soprattutto – varrà la pena di rileggerlo e rimeditarlo.