Scrissi un primo Port-Royal tra il 1940 e il 1942. Ma allora sembrò che la messinscena non dovesse essere autorizzata dalle forze di occupazione. [...] Nel 1948 rilessi Port-Royal, ma non ne ricavai una buona impressione, e lo rimisi nel cassetto. Una nuova rilettura, nel 1953, mi confermò la sensazione di un errore; scrissi allora questo secondo Port-Royal, ispirato a un altro episodio della storia del monastero, e completamente diverso dal primo. [...] Questo secondo Port-Royal non tende tanto a essere un’opera teatrale, quanto a mostrare il Cristianesimo in una delle sue forme storiche più tipiche; forma discutibile forse nei suoi aspetti dottrinali, ma ugualmente degna di rispetto e per la qualità dei suoi accenti tale da giovare all’elevazione spirituale. Leggendo le Costituzioni di Port-Royal o le vite di queste religiose, è impossibile non lasciarsi prendere da un senso di rispetto. Non perché loro siano nel vero. Qui si tratta invece di vedere che, tracciando una linea logica da un certo punto di partenza – il Cristianesimo delle origini – si approda proprio a questo risultato. O si crede al Cristianesimo e lo si vive, e questo è Port-Royal; oppure ci si crede e non lo si vive.

(Dalla Prefazione di Henry de Montherlant)