Autore radicale, Tommaso Ottonieri, se ce n’è uno. Non solo in quanto nella sua partitura riaggallano, ricche e strane, le memorie più spericolate dell’immaginare umano (tutte le avanguardie novecentesche, certo; ma anche i più iniziatici sodalizî stilnovistici, smalti e cammei delle più auratiche décadences…). Non solo perché questo strumentario onnipotenziale eviscera le più brividanti plaghe dello spirito, e della carne, in cui perseveriamo a condurre la nostra esistenza. Ma soprattutto perché in questo specchio oscuro riconosciamo un atlante, crittografico quanto esaustivo, delle materie fonde su cui tale esistenza, incauta, campeggia. Se il ventenne Ipertrofico viveva l’infinito inizio d’un pianeta d’Acqua, egli s’è poi calato in un universo di spaventosa concretezza materica: i suoi Canti della Terra, araldici e dolenti, iscritti nella linea ctonia, geologica, che da Eliot e Mandel’štam passa per lo Zanzotto runico e conglomerato. In questi nuclei di spasmodica concentrazione ipogea – i Geodi, appunto: scrigni levigati dalla lava che celano taglienti formazioni di cristallo – si avvicendano Diluvi dal flusso «revertiginoso»; struggenti Covers a incenerire la «ròsa gioventù» del viandante astrale (Major Tom malinconico, ora funebre senz’altro); telepatici Telegrafi campaniani assolutamente («lettere morse» che affondano i denti nella psiche). Clavis universalis, d’un tale almagesto d’elementi, le Alchimie: dove la «sostanza nera» della vita, in tutti i modi, cerca di redimersi in canto. Per sorprenderci infine con una «predica», fervidamente barocca, rivolta alla «deserta terra che già fu Partenope l’incantatrice»: sulle pesti chimiche sversate nelle sue viscere, così avvelenate nei secoli dei secoli. Sostanze mostruose che, al contatto bruciante con l’Aria, producono gli inferi contemporanei detti, appunto, Terra dei Fuochi. Sprofonda così, in pynchoniana catabasi, quella divenuta l’«omai cernobiliare Neàpoli». Terra Desolata che, ahinoi, non è solo quella.
Andrea Cortellessa