Il titolo di questa raccolta di Giovanna Marmo, Oltre i titoli di coda, ci segnala che siamo nel campo della visione, come già accadeva con il precedente Occhio da cui tutto ride. L’occhio, il vedere, dunque, e i suoi confini: le palpebre e quel loro oltre che inesorabili rimandano a un invisibile che siamo abituati a pensare nero, assenza di luce, e che qui ci appare piuttosto come un nitore, un candore abbagliante, privo d’interferenze, anche di quel «rumore bianco di parole trasparenti», elettrico abissale e alieno, di cui scrive Tommaso Ottonieri in nota al libro del 2009. Nell’oltre, dunque, c’è una nebulosa chiara, una galassia dominata dalla mente a cui sola imputare ogni difetto del percepire, del gioco di luci e ombre che guizza sullo schermo. Perché da questo mondo immaginato immerso negli acidi, dal pulviscolo cerebrale rarefatto, a poco a poco riappaiono figure. La scena si ripopola, qualcosa si risveglia nella «mente-dormitorio», unica casa. Il paesaggio abitato che così si accampa, «per l’inganno consueto», è ancora, in parte, quello fiabesco cui Marmo ci ha abituato dai tempi di Fata morta: un territorio che possiamo immaginare confini a ovest con i possedimenti di un’altra autrice di questa collana, Francesca Matteoni. Eppure, con l’occhio spalancato nella Via Lattea interna, Marmo vede scendere su queste terre una pioggia acida, sente risuonare quel grido d’uccello che già strideva dieci anni fa nelle sue performance, facendo ancor di più affiorare il rovescio cieco, feroce del detto, comunque già da allora offerto, a chi avesse occhi per vedere. L’osservatore contempla, modifica, è: l’oggetto osservato.
Laura Pugno