Luigi Salvatorelli è innanzitutto la sua terra. Un riflesso del paesaggio indigeno, come egli stesso, nato nel 1886 a Marsciano, un villaggio dell’Umbria «minore», «umile», scruta, di carattere in carattere: «ampiezza distesa di linee, vastità di orizzonti, assenza di asprezze, di cime, di avvallamenti temperanza – di colori e funzione di toni». È l’humus geografico della «pazienza della Storia». L’egida che sempre scorterà Luigi Salvatorelli, da Salvatorelli evocata su «La Stampa» il 2 gennaio 1923, poco dopo la marcia su Roma, entrando «il problema germanico, nodo centrale della situazione europea, in una fase che potrebbe anche appellarsi definitiva, ma di un definitivo assai più simile alla catastrofe che alla soluzione». Onorando nelle stagioni una divisa mai sgualcita: «Noi teniamo fede a valori, oggi, eminentemente inattuali: al pensiero, alla fraternità umana, alla coscienza individuale. Ma non avendo interessi da difendere né ambizioni da soddisfare, possiamo permetterci di aver pazienza: la pazienza della storia».