Con buona pace degli opinionisti odierni, il pregiudizio antisemita e antinegro trovò largo spazio tra i letterati italiani del primo cinquantennio novecentesco. Bruno Pischedda si concentra su un celebrato prosatore come Emilio Cecchi e di qui allarga lo sguardo a una sorprendente casistica, che comprende romanzieri e critici di vaglia, ebrei in conflitto con se stessi, monsignori propensi all’intrigo. Tutti – tra il sorgere del secolo e il varo delle leggi coloniali e razziali – contribuirono al diffondersi di un ‘idioma’ ostile e gerarchizzante. Per rendere chiare le intemperanze e le vociferazioni tendenziose dei molti protagonisti, il libro esamina testate giornalistiche del tempo, cronache di viaggio, chiacchierati convegni, carteggi personali: sempre avendo cura delle stesure originarie e degli eventuali aggiustamenti a seguire. Ne risulta un volume inconsueto, molto mosso, ricco di documenti ancora vergini e meritevole della massima attenzione: una sorta di biografia intellettuale, di racconto intransigente, che nelle zone di maggiore pregio artistico reperisce anche le basi di una visione discriminatoria.