Un carteggio curioso tra Gabriele d’Annunzio, il poeta-vate, l’estetistico cultore della vita come opera d’arte, e il “mecenate” Riccardo Gualino, personaggio poliedrico e versatile, capitano di imprese – talvolta temerarie – in campi diversi di investimento e di profitto. Due intelligenze a confronto nell’interpretazione di un copione gustosamente prevedibile: da un lato l’endemico bisogno di danaro del poeta, dall’altro lo strategico sottrarsi dell’imprenditore dissimulato da qualche sempre accorta e calcolata concessione. L’indubbio interesse di questo carteggio è qui accompagnato da un esauriente excursus entro la passione, dilettantesca ma – almeno a tratti – non indecorosa, che Gualino nutrì per la scrittura: due ante di un dittico che introduce all’aspetto sicuramente meno noto dell’attività di un ‘realizzatore’ dalla personalità multiforme e plurale.