Si potrebbe dire che Vivendo e in parte vivendo è il diario frammentato, sconclusionato e inconcludente di un ottantenne (sotto lo pseudonimo di Sergio Livio Nigri si nasconde uno degli ultimi rappresentanti della più colta e raffinata borghesia milanese, industriale ed editore, la cui madre è stata amica e mecenate di Enzo Paci, di Manzù, di Sereni...) un ottantenne egocentrico e nevrotico, che non fa che rigirarsi, con sicurezza e con angoscia, dentro la sua gabbietta di abitudini rassicuranti e paralizzanti, torturanti e salvifiche, e che di colpo prende a fantasticare di uscire, di volare via, anche se il suo non potrebbe che essere «un volar basso» – come dice Raboni della musica di Brahms – «con la grazia malinconica di un uccello fedele al paesaggio terrestre». Si potrebbe dire questo, certamente: è così, è vero; ma questo vero non è che la superficie, e solo in parte la verità di questo libro. Allora si dica anche che è la storia di un amore rispuntato di colpo dal passato, vissuto solo in parte, uno dei tanti, forse, e tutti vissuti forse solo in parte.