Geno Pampaloni, nella prefazione a questo volume che raccoglie più di cento lettere, afferma: «Renato Serra appartiene alla storia della cultura italiana ed europea e, oserei dire, alla storia della libertà». Le lettere indirizzate, tra gli altri, alla madre, a Luigi Ambrosini, a Benedetto Croce, a Giuseppe De Robertis, a Carlo Linati, ad Alfredo Panzini, a Giovanni Papini e a Giuseppe Prezzolini tracciano una sorta di autobiografia di un «europeo di provincia» (secondo la definizione di Ezio Raimondi), come figlio, come studente, come amico, come cittadino, come scrittore e come critico. «La critica era per lui» scrive ancora Pampaloni «un momento del vivere». «La letteratura molte volte è logica, compatta intorno ad un centro solo» annota Serra in una delle lettere alla cugina Tina «mentre la vita ha tutti i centri». Le Lettere in pace e in guerra costruiscono l'esemplare ritratto di un intellettuale che riesce sempre a salvarsi «dalla demagogia delle ideologie»: agli inizi «chiuso lungamente» come lo scrittore dice di sé «in una sorta di prigione di letteratura provinciale e di modestia e di ossequio umanisticamente preciso», riuscì, poi, tappa dopo tappa, a vivere «il suo tempo con appassionata fraternità».