Il bello di questo Racconto è che non si esaurisce: si può leggere e rileggere, ricavando ogni volta da esso una pace profonda, il sentimento dell’ariosità: queste di Agustoni sono poesie piene di spazio, “costruiscono” un mondo dove ci sentiamo a casa, dove non c’è clamore, ma accoglienza, anche quando le parole sono malinconiche: «sei passata insieme alle cose belle / le cose che dico il loro nome / e non soffrono». Il segreto di questa pace sta quasi certamente nel fatto che il dolore è stato osservato fino al suo distillarsi – che è anche la sua evaporazione. Se ne sente ormai solo il retrogusto, diremmo quasi la dolcezza. Il segreto di questa accoglienza sta nel fatto che le parole sono state depositate con estrema cura, con l’attenzione tanto raccomandata da Simone Weil, come «la forma più rara e più pura della generosità», e hanno preso quasi il respiro lieve degli haiku. Nel libro si scrive anche molto dello scrivere, intendendo però la scrittura come gesto concreto: si parla delle parole considerandole pari agli altri oggetti del mondo, adoperandole come leva, come una lente che aiuti a discernere, e dunque a celebrare, la realtà della vita («le mani hanno toccato il pane / sono vere») e a separarla dalla sua memoria, o dalla sua illusione. Agustoni cerca (e trova) una parola radicale come un albero: «parlare è come i semi, gli alberi davanti alla casa», ma, soprattutto: «le parole vivono se ascolti». Occorre fare nostro ancora una volta il pensiero di Simone Weil, che a noi pare abbia tanta confidenza con Nadia Agustoni: «A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono». Crediamo sia per una simile affinità filosofica che Agustoni scrive: «quello che abbiamo per gli inverni / sono i racconti / il nostro esistere perché ci sia qualcuno sempre».
Maria Grazia Calandrone