Si staglia con perturbante memorabilità su un argine che ne ha viste tante, quello del Tevere, il Grande Correlativo Oggettivo della poesia italiana recente – il Gasometro di Sara Ventroni. Fiume-segnatempo se ce n’è uno: che lambisce un paesaggio corrotto di ruggini e «melasmi», marchiato dalle venture d’una modernità sempre incompiuta e sempre, ancora, arcaicamente futura: «rivoluzione [...] insepolta. / Per sempre sommersa in un fondo. Confusa con altro». Senza mai indulgere a estasi ungarettiane, ora Sara affonda le mani nei fiumi d’Europa, incatramati di illusioni e delusioni storiche, lancinanti. Più a sud, dalle stesse acque dalle quali un giorno apparvero due divinità, aggallano i corpi che un «peschereccio libico» ha trascinato a fondo: «Pensa che nemmeno i Bronzi hanno un nome». Immagini e parole, in versi e in prosa, analizzano i reperti: con la pietà oggettiva di quei Bouille e Daude che, dal 1790 al 1801, presero a catalogare i cadaveri che a centinaia venivano ripescati dalla Senna (da quel regesto Peter Greenaway ha tratto un lavoro commovente, Death in the Seine). Morti per acqua, o nell’acqua occultati dopo morte più oscura, in tempi oscurati dal luccicare abbagliante della storia. Era aprile, con inspiegabile evidenza, il mese preferito dalle giovani suicide. Forse lo sapeva anche Eliot: nume tutelare, anche in questa occasione, di Sara. (Il 20 aprile di tanti anni dopo il loro esempio fu seguito da Paul Celan.) Sommersi senza salvati, che non possiamo guardare col sollievo del naufrago lucreziano: «È tutto scritto dal punto di vista del fondale». Possono cancellarsi, sotto le acque, lineamenti tali da consentire il riconoscimento. Ma il peso della storia, e dei corpi che la incarnano, quello resta, tenace, ad aggrumare sotto la corrente. E ci restituisce «l’emozione della scoperta / (la sola emozione che importa)»: mentre «il tempo continua adesso / la nostra fine».
Andrea Cortellessa