Dall’adolescente che invia le sue lettere a Grenoble come tante dichiarazioni di guerra contro il padre, fino al console disilluso di Civitavecchia che gioca un’ultima partita d’esprit, passando per l’intellettuale dell’anno X che redige il suo breviario di Ideologo in erba, o ancora per l’amante respinto da Métilde che mormora le sue malinconiche monodie, lunga è la lista di questa opera plurale che è la Corrispondenza di Stendhal, luogo della moltiplicazione degli stili e delle identità, come suggerisce la proliferazione degli pseudonimi che essa genera. Aspettando il momento della creazione, la pratica epistolare di Stendhal può ritenersi un lungo periodo di apprendistato, in cui il soggetto si esplora e si osserva, si modella offrendosi allo sguardo dell’altro. Questa maieutica epistolare è soprattutto attiva negli anni giovanili, ma la lettera resterà sempre, per Stendhal, un barometro dell’anima, finendo per assumere, nell’imprevedibile e accidentato percorso che va dall’uomo all’opera, la funzione di vettore che permetterà la transizione tra la scrittura ordinaria e la scrittura creativa. È attraverso lo scambio epistolare che Beyle si apre la via che lo condurrà fino a Stendhal.