A sedici anni Arthur Rimbaud intendeva cambiare la vita per mezzo della poesia. A vent’anni rinunciò per sempre alla letteratura per farsi poi negoziante, esploratore e trafficante d’armi nelle regioni quasi inesplorate dell’Abissinia. Di questi anni di duro lavoro nel deserto ci resta una corrispondenza lucida e disperata, in cui il figlio cerca di riannodare un problematico dialogo con la madre, Vitalie Cuif, contadina economa e senza orizzonti del cantone d’Attigny. I rapporti tra il figlio e la madre, «la bocca d’ombra», come la chiamava Rimbaud al tempo della veggenza, esistettero sempre nella tensione e nella torsione più insopportabili. Questi due esseri non sapevano vivere insieme. Tra l’uomo del desiderio e la «donna del dovere» non c’era possibilità di scambio, comprensione. La loro relazione riesce a riabilitarsi solo nella distanza. Nelle lettere di questa corrispondenza si avverte tutto lo sconforto dell’uomo sempre in cerca di qualcosa, dell’uomo che manca sempre di qualcosa.