L’immenso fiume della critica di Sainte-Beuve, «fluente, insinuante, mobile e comprensivo», non arrivò mai a bagnare la terra desolata dove sorgeva quel chiosco bizzarro e finemente intarsiato chiamato la Folie Baudelaire. Prudentemente, il suo corso deviò prima. Si accontentò di segnalarne la posizione sulla carta geografica: «Kamchatka romantico». Il mancato Lundi Baudelaire pesa come un’onta indelebile sull’insieme della sua opera critica. Forse è proprio per questo clamoroso traviamento dell’intelligenza che, da oltre centocinquant’anni, l’amicizia letteraria tra Baudelaire e Sainte-Beuve non smette di affascinare i lettori, più o meno illustri, della loro corrispondenza, suscitando, da un lato, sentimenti contrastanti di sconcerto, ammirata indignazione e persino di rabbia retrospettiva; dall’altro, sollevando interrogativi capitali sul ruolo e il senso della critica, sul rapporto tra l’uomo, l’artista e l’opera. Dopo la spietata arringa di Proust e il suo memorabile incipit: «chaque jour j’attache moins de prix à l’intelligence», ognuno è costretto, volente o nolente, a schierarsi pour o contre Sainte-Beuve.