È un libro sulla vecchiaia (e sull’infanzia, che ne è l’immagine speculare) scritto da un uomo nella maturità, che nel legame tra le generazioni avverte una delle rare, autentiche ragioni del vivere. Dall’esperienza di una duplice tragedia famigliare che tocca l’autore nel breve volgere di un anno sorge imperiosa la necessità di domandarsi cosa resta, quali frammenti di vita sopravvivono all’incalzante naufragio del tempo. Questo interrogativo coinvolge figure di compositori e artisti particolarmente cari a Michele Porzio – John Cage, Giuseppe Verdi, Gustav Mahler, Giovanni Segantini – che divengono personaggi di un’unica trama in versi e prosa, voci di una coesa polifonia esistenziale. L’arte, la musica, la parola, possono davvero offrire una ‘salvezza’ di fronte a quel continuo sfarinarsi nel nulla al quale diamo il nome di caducità? E dove se non nelle loro miracolose epifanie, non meno intense di certi paesaggi inestirpabili che la memoria ci imprime nel cuore, potremmo trovare un senso al nostro vivere su questa terra?