In diritto privato si definisce comunione dei beni il regime patrimoniale della famiglia. E il poema così intitolato può ricordare, in effetti, i ‘libri di famiglia’ medievali: autobiografie non di un individuo bensì di una linea ereditaria che trasmette, coi beni materiali, una memoria scritta. «Casa» è il primo sostantivo del testo, luogo della convivenza (di consanguinei come di compagni di studi o amici) dove «non è la forza che conta, ma la durata». Una durata, una solidità morale prima che materiale, primo dei valori appunto di famiglia: tanto disprezzati, allora, quanto riconsiderati, poi, quando era troppo tardi («Allora famiglia era in cima / alla lista delle parole sospette. / Eravamo solo dilettanti a quel tempo»). Il «testamento» è stato reso illeggibile dall’incuria di un «praticante»; con esso se n’è andata, pure, la solidità di quei beni. Perché «conservare è il modo più derisorio di perdere». Dal principio Edoardo Albinati ha voluto riannettere alla sua poesia territori da essa storicamente ceduti alla prosa: come l’argomentazione e appunto la durata. Ma mai come nella Comunione dei beni – in tal senso il suo tentativo più radicale – si vede la complessità di questa ricerca. Nei Vasi comunicanti André Breton citava Feuerbach: «nello spazio, la parte è più piccola del tutto; nel tempo, invece, essa è più grande, almeno soggettivamente, perché solo la parte è reale nel tempo» (chissà se è un caso che i capitoli, di ineguale estensione, siano ventiquattro: quante le ore di una giornata). I «vasi comunicanti», qui – e pare davvero, questo, un surrealismo feriale, solo in apparenza laicizzato –, sono da una parte il pensiero razionale, economico, dall’altra il sogno. Sicché la durata si frammenta in «polvere d’oro e di vetro»: una sostanza che si fa poi «liquida e guizzante come mercurio / uscito dal termometro» (la «casa» dell’incipit, ci si ricorda, era pure un «acquario»). E «un istante / di respiro», davvero, può «durare un secolo, il Novecento». Viene allora da pensare che i «beni» siano soprattutto quelli dei vasi da sempre in comunione, nell’opera di Albinati: quelli della poesia e della prosa.
Andrea Cortellessa