«Se oggi ho una lingua è perché non ho mai avuto voce». Mariasole Ariot scrive qualcosa che riguarda tutti i poeti, spicciola folla venuta dall’esilio dove ha formato una lingua, nuovissima e sorgiva: le parole si accumulano qui come singhiozzi e carezze, lacrime di un pianto non più muto, si inseguono così senza respiro che neanche vanno a capo (ma di poesia si tratta, un serratissimo ritmo musicale lo documenta), le affermazioni disaffermano e si contraddicono, creando un mondo labile ma non confuso; semplicemente, paurosamente, dolorosamente, gioiosamente aperto all’imprevisto e all’imprevedibile, libero da schemi, schermi, categorie e certezze. Un mondo fluido, infantile, “vago”, straniato e straniante, abitabile con lo sguardo pronto a una forma assoluta di accoglienza: di sé, dell’altro, di sé che diventa altro da sé, fino a quel «ditele che se non sono – sono l’altro». Si attraversano così 28 giorni. 28 quadri viventi. 28 come le fasi lunari. E 28 bellissime immagini, che sono un altro modo di essere testo: esse pure traducono il mondo in un bianco e nero, pastoso o graffiante – sono oggetti quotidiani resi inconoscibili, dettagli di vasconi e lavatoi, vasi, uccelli di legno caduti, lune eccessive, più raramente panorami, nei quali si cammina chiamati in causa, incaricati di farsi portavoce di 27 messaggi, da recapitare a una dedicataria sconosciuta. Una pietra miliare del cammino sta in questo verso: «E l’agave, che nel giorno di festa lancia un fusto per morire». Che vuol dire: fare canto del nostro sperdimento e del nostro silenzio, per non essere rosi dalla cavolaria, che svuota il cuore della pianta che fuori pare intatta, per non essere la «carcassa a due», formata dai corpi cavi di esseri che si cercano con crudeltà infantile. Nossignore! Per essere due, prima bisogna «per un istante almeno farla finita con l’io».
Maria Grazia Calandrone