Nelle Anatre di ghiaccio, curioso «zibaldino» che una dozzina d’anni fa inaugurava la vena in prosa di Mariano Bàino, si leggeva un certo «fogliolino dei Novanta»: «Gettare ancora volumi in faccia al secolo? Come se il secolo non avesse perduto la faccia già quando era il secolo scorso». Il secolo scorso era, allora, il Diciannovesimo agli sgoccioli in cui Verlaine così definiva le nobili atrabili di Tristan Corbière, poeta caro a Mariano se non altro per aver definito, i suoi amori, gialli: tinta questa che da sempre, per lui, si riferisce all’umore ulcerato, di chi scrive, nei confronti del secolo – di qualsiasi secolo. Nel frattempo sgocciolava infatti, colliquativo, pure il seguente. Si era scagliato, Fax giallo, come una bomba epatica contro le «schififiche / sorti e regressive»: all’alba dei Novanta appunto, al tempo di quel Gruppo 93 del quale Mariano era l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica. Ben mutato il clima in un secolo, il nuovo, che della faccia non sa più che farsene. Degli estri d’allora il poeta può ritenere, ormai, non più che la melanconia. Sicché, nelle vesti di «mattopardo» o fool, come altri stimati colleghi fa ricorso al «riparo» (diceva Caproni) della «metrica chiusa»: sessanta sonetti retoricamente scintillanti, in quattro serie la cui ultima, di quattordici non a caso veneziani, omaggia l’archimandrita Zanzotto (ma, a correggere disforico l’effervescenza dell’Ipersonetto, nella forma «minore» in settenari). Topiche classiche sfilano nel libro: dagli amorosi agoni con immìti «tifonesse» al virtuosismo ecfrastico di artisti sodali e classici (il «gran protofumetto» dell’arazzo di Bayeux, splendida allegoria d’una storia d’«oggi, più che ieri»), ivi compreso il «piede re» d’un Diego da santerìa popolare. Fra le quattro ante del retablo spicca la prima: dove più amaro rimesta il sangue nello schifo per «un tempo che ha le fogne come duomo», e dove si ricorda il più triste e civile dei sonettatori, quel Raboni che giusto nei Novanta sperava di frapporre, alle fauci del capitale, «l’osso senza carne della parola». Qui si vede come ancora la storia maiuscola si rifletta, a curve magari anamorfiche, negli specchi minimi d’un pugno di versi: e «vedrebbe ogni lettore / come in lisci cucchiai, dentro i miei versi, / di un grande sole il pallido riflesso».
Andrea Cortellessa