Il bombardamento nazi-fascista su Gernika, il 26 aprile di 80 anni fa, non fu decisivo per la vittoria del franchismo, anzi: mobilitò il mondo della democrazia che denunciò quell’evento, dal punto di vista militare perfettamente inutile. Nessun intervento artistico, a sua volta, ha avuto più notorietà e successo di quell’opera straordinaria che è Guernica, e Picasso si ritrovò al centro di un interesse eccezionale da parte dell’intellettualità del tempo, da Éluard a Malraux, da Breton a Cocteau e a René Char, a Man Ray, a Sartre... L’aspetto più affascinante di Guernica è riposto nell’intreccio tra pittura e guerra che interagiscono tra loro, perché il giudizio politico e morale che sgorgò sulle guerre del tempo riguarda anche la guerra civile, la più tremenda manifestazione di odio fratricida di massa che si possa immaginare, e che oggigiorno sembra riavvicinarsi a noi. In Guernica Picasso ci parla di guerra e ci costringe a ripensarla, in un tempo nel quale in un’era di decrescente (speriamo) ipotesi di grandi guerre se ne vanno affermando di piccole, un po’ dappertutto, che sgorgano da crisi locali, ovvero da guerre civili che crescono e si internazionalizzano. Ecco quindi che quella guerra civile che speravamo di aver confinato negli archivi della storia è nuovamente all’ordine del giorno: un ‘ritorno a Guernica’ potrebbe aiutarci a rimettere sotto controllo le vicende del mondo contemporaneo. Forse avremo altre guerre civili, ma è difficile che arrivi un’altra Guernica.