Budda a Firenze è il quarantatreenne Aldo Moro (da pochi mesi segretario della Dc) che, nell’ottobre del ’59, interviene al VII Congresso nazionale del suo partito con una relazione introduttiva di ben quattro ore. Perché Budda? Così lo spiega Enzo Forcella, con la consueta arguzia: perché «ha applicato sino all’esasperazione quella tecnica della “accettazione degli opposti” che i monaci buddisti usano nei loro esercizi spirituali per abituarsi a superare le strettoie della logica convenzionale». È questo l’ultimo dei 28 articoli di Forcella qui proposti, ovvero un’ampia scelta di quelli apparsi sul settimanale «Il Mondo» di Mario Pannunzio fra il 1950 e, appunto, il 1959. La collaborazione fra i due giornalisti si estendeva però anche alla stesura di due rubriche non firmate, essenziali per chiarire la linea politica liberal-radicale del giornale: il «Taccuino» (commenti alle beghe dei partiti) e l’«Archivio» (una sorta di ‘bestiario’ della stampa italiana). Nel corso degli anni Cinquanta, Forcella – definito da Giorgio Bocca «il notista più intelligente che abbia mai conosciuto» – scriverà di democristiani, comunisti, neofascisti, monarchici, liberali, programmi e clientele, campagne elettorali e congressi, comizi e processi al Concordato, cattolici e socialisti alle prese con i primi vagiti del centro-sinistra. Quali i tratti distintivi di questi testi? Innanzitutto, lo stile pacato, forse non brillante come quello di un Montanelli, ma sempre curioso e spesso anche dissacrante. In secondo luogo, la costante attenzione per le varie ‘parrocchie’ politiche italiane, di cui coglie retroscena inediti e gustosi. Infine, la solitudine del laicissimo e terzoforzista Forcella in quei tempi di convulsa costruzione della democrazia parlamentare.