È questo – forse – l’ultimo titolo dell’itinerario di Camillo Pennati. L’occasione? Un soggiorno. La voce? Sempre e coerentemente la sua, suo il punto di rigenerazione poetica, che è la contemplazione: lo sguardo assorto di una visività che si converte in visione, perché l’assiduità degli occhi genera una fissità allucinatoria, che abbacina e trasforma il dato in invenzione. Se ogni luogo è l’attesa di una parola o piuttosto una parola in attesa, ossia che attende di essere “travasata”, trasportata, allora si può ben dire che qui – come sempre in Pennati – non è lo spazio a contare, ma la parola che si fa luogo, la parola che non è ingenerata dal suo significato, ma dalla sua risonanza (vista e udito insieme, che si fanno, attraverso e grazie alla parola, poesia). I temi dell’enorme guardare sono soprattutto le onde, i monsoni, le maree (i relitti, i fasciami, il fogliame che diventa strame, i tronchi, le meduse…), ma ci sono anche le più minute misure delle conchiglie, il banano, l’aquila di mare… Soprattutto le onde, perché le onde contengono nel loro distruggersi, nel loro consumarsi, tutta l’energia di una rigenerazione, di una ritornante massa continuamente riprodotta in un’identità apparentemente uguale e in verità sempre plurima e diversa. Onde che sono volume e suono: boati, schianti, slavine, sfasci, fragori, sciabordi, risonanze, tonfi, «echeggianti percussioni». Onde che più di ogni altra figura recitano sulla scena di un infinito e rinnovato guardare.