A Palermo nel settembre 1965, il Gruppo '63 discusse la natura e le sorti del romanzo. Manganelli arrivò tardi, non aveva partecipato al dibattito, ma attaccò bruscamente: «... io provo uno scarso interesse per il romanzo in genere - inteso come protratta narrazione di eventi o situazioni verosimili - e talora un sentimento più prossimo alla ripugnanza che al semplice fastidio; ho l'impressione che oggi codesto genere sia caduto in tanta irreparabile fatiscenza che il problema è solo quello dello sgombero delle macerie; codesto sprofondamento ha, a mio avviso, una causa precisa». Qual è questa causa? La vocazione del romanzo ottocentesco a farsi facile veicolo di ideologie varie, inoltre - peccato ai suoi occhi gravissimo - di aver accelerato la liquidazione della retorica classica. Concedeva, tuttavia: «... tra le reliquie dell'impero romanzesco, accampati accanto ai deserti, frantumati ideodotti, si affacciano i nuovi, acerbi visigoti: battono le loro aspre oreficerie, si rallegrano di riconoscervi i segni astratti e arbitrari, i quadrati, i triangoli; incidono i loro scacchi in avario duro, si dispongono a giocare le loro eterne, fatali, inutili partite». Di questi nuovi, acerbi visigoti Giorgio Manganelli possedeva nozioni precise. Proprio negli stessi anni egli agiva come consulente-lettore per alcuni importanti editori italiani occupandosi di fornire schede di lettura e consigli editoriali sul romanzo di provenienza anglosassone. Questo libro raccoglie per la prima volta queste schede inedite proponendo un ampio ed articolato documento di una complessa attività editoriale.