L'Esposizione torinese di cui si parla nel romanzo Il Castello d'Acqua, che Mario Lattes (1923-2001) ha lasciato inedito tra le sue carte, è quella Universale del 1911. C'è dunque un tempo, c'è un décor, c'è una famiglia, c'è un protagonista, c'è una terza persona che racconta. Ma tutto si muove in una dimensione "altra", simbolica, di allarme e di attesa senza fine. Concepita come lo sfondo lungo il quale navigano brandelli di mondo e di figure (la Belle Epoque, il fascismo, l'impero, la guerra di Spagna, le leggi razziali, la seconda guerra mondiale), la storia si converte nella dimensione visionaria del miraggio. Lattes è un osservatore aguzzo, che sente la zoppia degli uomini e delle cose e sa tradurla in efficaci quadri d'ambiente, in smorfie sarcastiche, in corto circuiti dialettalmente estrosi, persino francamente comici, ma più spesso struggenti e straziati. La sua pagina sprofonda in labirinti onirici, in percorsi fantasmatici, nel deformarsi e disfarsi delle cose, nel dolore che le macera, nel dinoccolarsi di periodi che nascendo all'insegna della spaccatura e dell'irriducibilità, vanno incontro all'irrecusabile enigma della notte. È così che Il Castello d'Acqua diventa la vera e propria summa romanzata dell'esperienza di uno scrittore recalcitrante e scomodo, da sempre in preda all'umana nostalgia dell'impossibile.